Cio’ che abbiamo da dire...

mercredi 9 novembre 2011
par  LieuxCommuns

Traduction italienne de « Ce que nous avons à dire... »

Noi siamo fra coloro ai quali la miseria nell’abbondanza non ha spento né il desiderio di vivere degnamente, né la volontà di lottare, senza risonanza, contro le devastazioni che l’umanità s’infligge. Ciò che noi vogliamo è ridicolamente pretenzioso, visto lo stato delle nostre forze in rapporto a questo momento storico. Ma, comunque, non più eccessivo degli atteggiamenti di quelli che sono ciechi davanti alla corsa morbosa che ci trascina e sperano di cavarsela con delle procedure sempre disperate. Ebbene noi, noi sappiamo che il nostro destino è suggellato con quello di tutti : volere la libertà oggi significa disegnare l’orizzonte di un cambiamento radicale della società attuale. Noi non parliamo di quello effettuato costantemente dal capitalismo storico che, per non cambiare niente, sconvolge tutto, nè di quello che avrebbe pianificato una cricca politica, anche se ben intenzionata ; ma di una rottura chiara realizzata dall’insieme della popolazione.

Non si tratta di dimostrare che una tale auto-trasformazione sia possibile o probabile : essa si è già verificata più volte nella storia. Dobbiamo oggi renderla di nuovo effettiva, come si può e con il tempo necessario. Le implicazioni, difficoltà e rischi di un tale progetto sono enormi ma esso ha l’insigne vantaggio sull’evoluzione contemporanea di non essere immancabilmente suicida. Richiede un lavoro lungo e difficile su tutto ciò che ci circonda, su ciò che noi facciamo, su ciò che noi siamo nel nostro profondo. Questo cantiere cominciato dai nostri predecessori è interminabile : noi non siamo né i primi, né i soli, né i migliori ad avviarlo. Esso scaturisce da ognuno di noi come un esigenza di senso interrogato continuamente che, da sola, è un arma massiccia contro l’affossamento progressivo di tutto ciò in cui crediamo, cioè contro l’ ascesa dell’insignificanza. Noi vogliamo, per tutte le società, una democrazia diretta, radicale, reale, quella dei popoli e delle persone coinvolte in un attività collettiva esplicita ragionata e deliberata. Oggi, dovunque, è una minoranza che decide per i propri fini : sono le lobbies economiche dei clan e delle mafie che accompagnano le strutture politiche burocratiche, mondiali e corrotte, che i poteri mediatici chiamano “democrazia rappresentativa” e “liberalismo”. Le forze dominati oggi sono i fantasmi primari di onnipotenza, di dominazione, di accumulazione e di potere, che sono illimitate e si propagano in tutte le culture sconvolgendo il pianeta.

Solo un risveglio delle popolazioni e la gestione dei propri affari potrà evidenziare i reali problemi che le riguardano, al di là delle alternative infernali dell’ideologia dominante : si tratta di autolimitarsi distruggendo l’ossessione del potere per mezzo di assemblee sovrane e di mandati revocabili e frenando l’accumulazione illimitata, tramite l’uguaglianza dei salari e la discussione collettiva dei bisogni. E’ il solo modo di vivere la prudenza nel campo tecno-scientifico, la frugalità nel consumo e la saggezza negli affari pubblici, grandi o piccoli che siano. Tali valori di civiltà non possono essere incarnati se non in una collettività responsabile e lucida, dove le informazioni, le decisioni e le realizzazioni collettive e concertate suppongano e permettano un’immaginazione pratica e un’attività creatrice. Una società capace di una tale auto - organizzazione potrà farsi dapprima soltanto con la ripresa , la re-invenzione, e la metamorfosi di atteggiamenti ancora molto presenti, nelle zone, regioni, paesi chiamati ”sottosviluppati” ma che l’occidente dissolve impietosamente nel culto della crescita : solidarietà, generosità, mutua assistenza, convivialità, ospitalità, costituiscono l’essenza di una società degna, una socialità che si tratta di rendere critica. Certi aspirano a una società perfetta, un regno della libertà, un paradiso terrestre senza intermediari fra gli uomini, in cui ognuno andrebbe d’accordo con tutti, senza poteri né violenze, che sorgerebbe semplicemente dalla distruzione di ciò che oggi ci circonda. Questi sogni incoerenti sono delle mistificazioni e costituiscono l’arma principale di tutte le barbarie. Nessuna formula miracolo esiste riguardo all’organizzazione degli uomini fra loro. L’attesa di una tale Soluzione ci è totalmente estranea : non si tratta né di rimettersi alle masse partendo da una mobilitazione effimera, nè d’incatenare l’avvenire secondo un piano inamovibile. L’esigenza di libertà che ci anima c’impedisce di perdere la speranza in un’umanità il cui suicidio programmato sarebbe inerente a una “ natura umana”, o di credere in una salvezza che incarnerebbe una classe sociale o un’entità metafisica : gli uomini, che lo vedano o no, creano la loro storia senza garanti ultimi contro le loro mostruosità, ma anche senza ostacoli insormontabili al loro genio creativo. Si tratta allora di assumere la nostra posizione : vogliamo una società capace di considerarsi creatrice di se stessa.

Le nostre società contemporanee tendono a nascondere questa evidenza imponendo delle modalità di gestione che non si possono discutere, malgrado le loro contorsioni ideologiche. Ma quartieri, frazioni e comuni, imprese e ospedali, scuole e università, associazioni e organizzazioni non esistono e non durano, di fatto se non grazie alla nostra sensibilità, la nostra creatività e la nostra intelligenza, contro le direttive, le regole, le leggi assurde dei burocrati che ci riportano continuamente allo stato di oggetti obbedienti. Ad ognuno è continuamente intimato d’integrarsi, e d’inserirsi sempre di più nonostante provi costantemente l’esclusione e il rifiuto, a meno che non assuma personalmente questa contraddizione fondamentale con l’ipocrisia, l’irresponsabilità e il cinismo. E’ impossibile credere ancora alle virtù manageriali dello “ sviluppo personale “, della “ partecipazione “, e del “dialogo” mentre la manipolazione e il disprezzo regnano senza riserve. Allora dovunque la vita in comune è vissuta come una costrizione impossibile e ognuno si ripiega su ciò che crede essere la “sua “ vita privata : questo è proprio ciò che si chiama “individualismo “, questo malessere permanente dei corpi e degli spiriti intrisi di un’angoscia profonda e solitaria. Il nostro conformismo si nutre di queste impossibilità : il consumo infinito, la tecnologia incontrollata, il benessere impossibile, la competizione senza limiti. Noi vogliamo della istituzioni culturali, educative, politiche ed economiche costruite dalla, e per la, collettività. E’ possibile che le persone si riapproprino dei loro luoghi di lavoro, di svago e di vita, si organizzino per arrivare a molti scopi definiti insieme, per rifondare delle autorità rispettabili, reinventare delle regole e dei valori comuni, ridare un senso alle parole e agli atti. Ma le istituzioni non saranno mai trasparenti e puramente utili, proprio come non è possibile vivere in società senza gestione collettiva degli affari pubblici : queste brutte aspirazioni libertarie servono oggi a nascondere i poteri, piccoli o grandi, resi tanto meno discutibili quanto più diventano inafferrabili.

Si tratta di formare un individuo che abbia i mezzi per rispettare, interrogare, criticare e creare sia i principi e le norme comuni, sia le proprie : una persona che possa donare un reale senso alla propria vita, cosa che non ha nulla di “naturale” o d’ineluttabile. Noi non vogliamo un individuo trasparente a sé stesso o agli altri, senza “ problemi esistenziali “ e continuamente felice, abbandonato al “ suo desiderio “ o a quello degli altri, né un ordine sociale caricaturale, tanto più opprimente in quanto porta la maschera della liberazione dei costumi. Ciò che noi vogliamo è un rapporto con l’istituzione che permetta un’auto-alterazione essenziale che abbia senso per la collettività come per l’individuo.

Ciò che noi vogliamo è l’autonomia per tutti e per ognuno. Come noi la intendiamo, è la possibilità per una società, un collettivo o un individuo di creare socialmente le proprie leggi, regole, norme, valori. Invece di essere dettate da un Esterno – inaccessibile - come sono, di solito, le Tradizioni, il Dio o gli Dei, le Leggi della Storia o della Natura, la Scienza, il Mercato o la Direzione, esse diventano discutibili e, di conseguenza, accettate. Questo vecchissimo principio, che si può chiamare libertà o emancipazione è eminentemente rivoluzionario. Perciò è sistematicamente trasformato nei suoi contrari, l’autarchia, l’isolamento e la solitudine, o ancora l’ estirpazione, lo sradicamento, la tabula rasa, e, più recentemente, l’arbitrio, il nichilismo, l’irrazionalità. Da queste assurdità il capitalismo attinge la sua forza. Noi partiamo dalle nostre esistenze concrete, dalle nostre esperienze di tutti i giorni, dalle nostre volontà di comprendere e di lottare. Ciò’ avviene in funzione di un passato, anche di una tradizione, di attori storici e di autori teorici, ma senza supremazia dottrinale o ammirazione muta davanti agli atti : è solo possibile elaborare un progetto e una pratica, e l’analisi critica, costante, dell’uno come dell’altro. Come dovunque, non esiste nessuna garanzia contro l’errore, la deviazione o l’insuccesso oltre alla responsabilità personale e collettiva in rapporto a ciò che ognuno dice o fa. E’ solo in questo senso che noi possiamo inquadrare l’autonomia, attraverso una prassi riavviata incessantemente.

Noi c’inscriviamo dunque in secoli di lotte collettive che hanno scosso le società mondiali e da dove provengono le nostre libertà attuali, oggi minacciate. Questo movimento storico porta nel suo interno la critica dei poteri, la libertà di espressione, l’uguaglianza dei diritti : ha come origine le città europee del XII secolo, è venuto alla ribalta nel Rinascimento, è stato incarnato nell’Illuminismo e nella Rivoluzione Francese prima del movimento operaio e delle sue conquiste inestimabili, si è diffuso attraverso le rivolte per la decolonizzazione ed è stato infine portato al suo apice dalle lotte delle donne, dei giovani, delle minoranze e degli ecologisti. Questa avventura di civiltà, di cui noi ci appropriamo, la chiamiamo progetto individuale e collettivo di autonomia. Ogni critica, fatta in maniera assolutista, senza collegamenti o continuità, una tabula rasa sulla quale dire qualunque cosa, sarebbe vana. Noi sappiamo da dove esso (ndr. Il movimento) viene, dalla Grecia antica, dove si è riproposto, in Occidente, dove si è esteso, in grandi parti del mondo, e sappiamo che è oggi moribondo : rifiutiamo di farne un pezzo inossidabile della natura umana assimilandolo alla resistenza eterna, e di considerarlo come se fosse esistito dovunque e fosse stato presente in tutte le epoche. Esso è ciò che la cultura occidentale calpesta oggi per propagare l’altra sua creazione storica, la delirante razionalità strumentale, estesa in tutti i campi della vita : è perciò quanto la cultura occidentale abbia di più prezioso da trasmettere ai popoli del mondo intero e appartiene da molto tempo a quelli che, dovunque, lottano ogni giorno contro la notte che avanza. Si tratta di far esistere ciò che ha un senso per noi, e ancora sopravvive, sotto forme antiche o decisamente nuove.

Noi ci riconosciamo allora in quelli che hanno fatto loro questo progetto, vi hanno investito e lo vivono ancora in un’epoca che gli preferisce l’oblio. Sarebbe troppo lunga la lista di quelli che ci alimentano, con le loro vite e le loro opere, e a cui noi vogliamo dare un seguito. Riconosciamo l’influenza profonda del pensiero di C. Castoriadis, richiamo indiscutibile all’apertura, alla coerenza e al rigore. Di fronte a tali predecessori eccezionali non c’è né memoria da esercitare, né maestro da venerare, né teoria da feticizzare. Di fronte alla dimissione del pensiero, alla confusione dell’impegno, e alla contestazione vuota, bisogna interrogare, fin tanto che si può, quelle opere contrassegnate dalla profondità e dal coraggio di elaborare una condotta politica. Vogliamo una trasformazione radicale della società da parte della stessa e incontriamo in questo progetto una storia mondiale e delle volontà considerevoli.

Vogliamo un collettivo costituito intorno a un progetto di autonomia individuale e collettiva, che intendiamo sviluppare, amplificare, precisare perché ri-diventi un vero e proprio progetto di civiltà formulabile e di attacco. E’ su quest’asse che il nostro gruppo vuole essere una solida cornice, coerente e esigente per abbattere le barriere, interrogare o praticare tutto ciò che ci sembra necessario e, prima di tutto, per comprendere che pensare e agire per se stessi è l’esatto contrario di agire e pensare da soli. Abbiamo un urgente bisogno di un’intelligenza collettiva, capace di riflessione teorica, di parola pubblica, come d’intervento pratico, e che non retroceda né davanti ai compiti intellettuali, né davanti al lavoro politico.

Vogliamo essere un luogo d’incontro e un legame permanente fra gli individui e i gruppi, oggi dispersi, che lavorano, ognuno a proprio modo - spesso inaudibile -, alla ricerca di una autonomia reale per l’individuo e la società, collegando ciò che è abitualmente isolato o separato, che si tratti degli ambienti universitari e militanti, delle discipline multiple, delle questioni filosofiche e politiche, degli approcci intellettuali e pratici. Vogliamo essere uno spazio di scambio e di dibattito, un laboratorio che faccia vivere l’interrogazione illimitata attraverso la condivisione critica dei tentativi di ognuno, siano essi portati a termine o abbozzati. Vogliamo essere una fonte di iniziative e un aiuto per l’azione ; le nostre ricerche mirano alla trasformazione sociale e si tratta di comprendere, con la pratica, l’evoluzione della società attuale e del suo individuo, i loro risvegli come i loro letarghi, le forze di distruzione e di regressione che li attraversano, come pure gli slanci emancipatori che essi reinventano. Bisogna interpretare queste tendenze, parziali e disperse, verso l’autonomia, nelle quali siamo tutti attivamente implicati, e lucidarle e unificarle, permettendo ai loro attori di esplicitare , essi stessi, le dimensioni, i contenuti e le implicazioni politiche del loro percorso.

La solidarietà effettiva verso tutti i contestatori non può far dimenticare le difficoltà insormontabili nelle quali è inghiottito il nostro tempo : le sommosse successive oppongono solo un rifiuto senza aprire degli orizzonti auspicabili ; i conflitti sociali sono senza altre prospettive se non quella di una regolazione spasmodica di un capitalismo scatenato ; i movimenti di estrema sinistra restano fossilizzati intorno a un economismo marxista senz’altra consistenza che una lotta per la conquista dell’apparato statale ; i ”radicali” non finiscono mai di morire di purezza categorica, di rotture finali e di religiosità rimossa ; l’ ”altermondialismo” accosta gli uni agli altri quando non è impastato di primitivismo puro e semplice o ancora di post-sinistrismi nichilisti e narcisisti. La falsa sovversione è diventata un meccanismo necessario - con più o meno buona fede - immediatamente dopo il Maggio ’68, quando essa non è più un’avanguardia dello sfascio organizzato. Questi disorientamenti sono i nostri ; è tempo di disperdere i miraggi, spostare le boe e cercare un orizzonte. Vogliamo che il nostro collettivo s’istituisca attraverso e per l’autonomia, senza scimmiottare l’emancipazione, come fanno i discorsi semplificativi : non si tratta di parole incantatrici che regolano un po’ velocemente la difficoltà molto contemporanea a stare insieme. Questo fantasma di un’autogestione pacificatrice senza strutture né poteri, senza scissioni né conflitti, esclusioni o drammi, non è che la cecità di un gruppo davanti ai propri limiti e determinazioni. Ognuno di noi porta in sé la totalità della società ; il risorgere della dominazione e dell’eteronomia nel nostro collettivo non può essere né uno scandalo squalificante, né una fatalità irrimediabile, ma un oggetto di lavoro a sé stante, intero, permanente, una dimensione prima e ineliminabile del nostro progetto.

Demolire il terreno su cui prosperano rapporti utilitari o alienanti implica riconoscerli là dove sono e instaurare un legame critico fra sé, ciascuno, e l’organizzazione, cosa che non può che rinviare sia al profondo interiore di ciascuno, sia alla totalità sociale. L’autonomia vuol dire, a questo punto, guardare con umiltà e pazienza, la parte d’ombra, di mistero e d’immaginario che fonda tutto ciò che vive.

Dei vecchi principi possono aiutare, in questi tempi di confusione ideologica, di socializzazione, rudimentale e di evanescenza del collettivo : è la Philia, la benevolenza sincera come motore di ogni lavoro, fonte di ogni critica e base di ogni conflitto in rapporto alla guerra sterile di tutti contro tutti ; è la Phronesis, la giusta misura dei comportamenti, delle idee e delle realtà contro il narcisismo, il radicalismo e la cecità ; è infine la Paideia, la formazione intima e mutua senza la quale l’esperienza esistenziale di una vita collettiva non è che un patchwork informe.

Si tratta di costituirsi in comunità sensibile, suscettibile di dare agli avvenimenti che vive un determinato senso ; di fare le proprie scelte, per quanto dolorose esse siano, nel modo più maturo possibile ; di costituirsi in luogo di riconoscimento e di cambiamento effettivo, evitando le evocazioni del management – fosse anche rivoluzionario. Non ci sono, qui come altrove, dei deserti, ma delle diserzioni : la nostra storia, più o meno vicina, brulica di quei tentativi, concreti ed ambiziosi che ci trasmettono alcune tracce che l’indifferenza cancella, e altri su cui noi, oggi sparpagliati, lavoriamo senza risonanza. Noi cercheremo di essere esemplari nel nostro percorso, per chi può comprenderlo nel modo in cui lo facciamo : per tentativi. E’ il solo modo di potersi rivolgere in maniera piena a tutti coloro che ancora capiscono e che sanno che un nostro possibile insuccesso non proverebbe per nulla l’impossibilità di questo progetto ma, testimonierebbe ancora una volta la sua urgenza e la sua difficoltà.

Nulla di ciò che vogliamo ci sembra ragionevolmente impossibile ma tutto oggi sembra impedirlo. Sappiamo che il compito è immenso e che le forze capaci di mandarlo avanti sono ancora frammentate e poco significative, che non si conoscono fra loro e spesso si ignorano. Ma ognuno di noi e di quelli che ci circondano sopravvive soltanto grazie al rifiuto quotidiano della sparizione di ciò che può dare senso alla vita umana e alla speranza che è possibile cambiare il corso delle cose, non per una Terra Promessa o una Parusia, ma per una civiltà mondiale degna, libera e responsabile.


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